Sentenza n. 5665 del 19 giugno 2012 Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

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Rifiutata l’istanza volta all’ottenimento della cittadinanza per residenza

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Seconda Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 6921 del 2011, proposto da: *****, rappresentato e difeso dagli avv. Emilio Sanchez De Las Heras, Angela Migliano, con domicilio eletto presso Emilio Sanchez De Las Heras in Roma, via Machiavelli, 25;

contro

Ministero dell’Interno, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Dello Stato, domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12;

per l’annullamento

del provvedimento del ministero dell’interno emesso in data 24 marzo 2011 e notificato in data 05.05.2011, con il quale veniva rifiutata l’istanza volta all’ottenimento della cittadinanza per residenza;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 12 aprile 2012 il dott. Maria Laura Maddalena e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

Con il ricorso in epigrafe, il ricorrente, cittadino pakistano, impugna il provvedimento con cui il Ministero dell’interno gli ha negato la cittadinanza italiana. Il diniego è motivato sulla base di un precedente per lesioni in concorso.

Il ricorso è articolato in varie censure di eccesso di potere e violazione di legge.

L’amministrazione si è costituita e ha depositato una nota illustrativa nonché gli atti dell’istruttoria esperita.

All’odierna udienza, il ricorso è stato trattenuto in decisione.

Il ricorso è infondato e pertanto deve essere respinto.

Con il primo motivo, il ricorrente deduce la mancata motivazione del provvedimento impugnato, in quanto in esso non si fa riferimento alla tipologia del reato, né alla pena irrogata, né tantomeno alla circostanza che il ricorrente fosse contumace. A quest’ultimo proposito il ricorrente ha affermato di aver avuto conoscenza effettiva della sua condanna solo al momento della notifica del provvedimento impugnato, giacché era stato condannato in contumacia e difeso da un avvocato d’ufficio.

Il motivo non può trovare accoglimento.

Come è noto, nel procedimento di rilascio della cittadinanza italiana, l’amministrazione dispone di ampia discrezionalità, dovendo valutare l’inserimento sociale e l’integrazione del richiedente.

Il Consiglio di Stato ha sul punto affermato che: la discrezionalità in questione non può che tradursi in un apprezzamento di opportunità, circa lo stabile inserimento dello straniero nella comunità nazionale, condotta sulla base di un complesso di circostanze, atte a dimostrare l’integrazione del soggetto interessato nel tessuto sociale, sotto il profilo delle condizioni lavorative, economiche, familiari e di irreprensibilità della condotta. I limiti della valutazione in questione non possono essere che quelli generalmente riconosciuti, in tema di esercizio dei poteri discrezionali, necessariamente orientati all’effettuazione delle migliori scelte possibili, per l’attuazione dell’interesse pubblico nel caso concreto. Ne deriva che, essendo affidato ad una valutazione ampiamente discrezionale, il controllo demandato al giudice, avendo natura estrinseca e formale, non può spingersi al di là della verifica della ricorrenza di un danno e sufficiente supporto istruttorio, della veridicità dei fatti posti a fondamento della decisione e dell’esistenza di una giustificazione motivazionale che appaia logica, coerente e ragionevole (Consiglio di Stato sez. VI, 9 novembre 2011, n. 5913).

Nel caso di specie, facendo applicazione di questi criteri, non vi è ragione per censurare la motivazione del diniego di cittadinanza, in quanto il pregresso comportamento del ricorrente può ragionevolmente essere considerato come indicativo di una personalità non incline al rispetto delle norme penali e delle regole di civile convivenza e, come tale, giustificare il diniego del rilascio della cittadinanza italiana.

Quanto alla questione della condanna contumaciale e della difesa di ufficio, si tratta di elementi che potrebbero essere presi in considerazione per una eventuale richiesta di remissione in termini per l’impugnazione della sentenza di condanna, istanza che però nel caso di specie non risulta essere stata presentata.

Con il secondo motivo, il ricorrente deduce l’errata applicazione dell’art. 9, comma 1, lett. F) del DPR 5 febbraio 1992, n.91, e richiama una cospicua giurisprudenza concernente l’ipotesi di cittadinanza per matrimonio e di reati per i quali è intervenuta riabilitazione o estinzione. Il motivo non è pertinente giacché nel caso di specie il reato in questione non risulta essere estinto né risulta che vi sia stata riabilitazione. Esso pertanto deve essere respinto.

In conclusione, il ricorso deve essere respinto.

Sussistono tuttavia giusti motivi per la compensazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Quater) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge. Compensa le spese.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 12 aprile 2012

DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 19/06/2012

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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