Cittadinanza italiana: arriva “l’esame anti-maranza”. Cosa propone davvero la Lega e cosa potrebbe cambiare
Negli ultimi giorni sta facendo rumore la proposta della Lega di introdurre nuove norme per ottenere la cittadinanza italiana.
Il tema è stato ribattezzato in modo colorito “norme anti-maranza”, un’etichetta che non aiuta certo a fare chiarezza ma che rende bene la torsione politica della discussione. Sotto il linguaggio da talk show, però, ci sono alcune modifiche concrete che, se approvate, cambierebbero ancora una volta il percorso di naturalizzazione.
In questo articolo spieghiamo in modo chiaro quali sono le misure proposte, cosa significano nella pratica per chi vuole ottenere la cittadinanza e quanto sono realmente applicabili.
Origine della proposta e contesto politico
La proposta arriva dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, sostenuta dalla Lega. L’obiettivo dichiarato sarebbe “premiare chi rispetta le regole e contrastare chi adotta comportamenti violenti o socialmente pericolosi”.
Nel dibattito pubblico è esplosa l’espressione “norme anti-maranza”, termine usato per indicare giovani considerati aggressivi, coinvolti in risse o episodi di vandalismo. Si tratta ovviamente di un’etichetta sociologica discutibile, ai limiti della caricatura, ma politicamente redditizia.
Dietro la narrazione mediatica si nasconde però un punto reale: il governo vuole irrigidire i criteri con cui si valuta l’integrazione del richiedente.
L’idea centrale: un esame di educazione civica
La proposta più chiacchierata è l’introduzione di un vero e proprio esame di educazione civica, separato dall’attuale certificazione linguistica richiesta per la cittadinanza (livello B1).
L’esame valuterebbe:
- conoscenze di base sul funzionamento dello Stato italiano (Costituzione, istituzioni, diritti e doveri);
- norme di convivenza civile;
- rispetto della legalità;
- comportamenti considerati incompatibili con la cittadinanza.
In altre parole, una prova che non misuri la sola integrazione culturale, ma anche l’aderenza a determinati modelli sociali.
Problema: nessuno ha ancora spiegato come verrebbe strutturato, chi lo organizzerebbe, con quali criteri, e soprattutto come evitare che diventi discrezionale o discriminatorio.
Stop alla cittadinanza per chi ha precedenti gravi
La Lega propone anche di irrigidire ulteriormente i requisiti legati ai precedenti penali.
Già oggi la legge vieta la cittadinanza in caso di condanne definitive per determinati reati. La stretta proposta estenderebbe:
- più categorie di reati ostativi,
- valutazioni più severe anche per procedimenti in corso,
- possibilità di sospendere l’iter in presenza di comportamenti “antisociali”.
Risultato pratico: un margine più ampio per negare la cittadinanza anche in assenza di condanne definitive. Tradotto: chiunque abbia avuto problemi con la giustizia potrebbe vedere il suo procedimento bloccato per anni.

Comportamenti violenti e “risse di gruppo” come causa di rigetto
Una parte particolarmente controversa è l’idea di rendere ostative anche condotte come:
- partecipazione a risse,
- appartenenza a baby-gang,
- episodi di bullismo,
- atti di vandalismo.
Qui diventa evidente la difficoltà: si parla spesso di episodi che non sfociano in condanne o che riguardano minorenni. La legge attuale, invece, si basa sul diritto penale, non sulle etichette sociali.
Il rischio è creare una categoria di richiedenti che possono essere respinti sulla base di valutazioni vaghe.
La narrazione anti-maranza e i problemi giuridici
Che piaccia o no, il diritto non dovrebbe funzionare con gli slogan. Un “maranza” non è una categoria giuridica; è un giudizio sociale. Portarlo dentro una procedura amministrativa delicata come la cittadinanza apre a:
- discrezionalità eccessiva,
- disuguaglianze territoriali,
- contenziosi infiniti davanti ai TAR.
Inoltre l’Italia è già uno dei Paesi UE con i tempi più lunghi e le procedure più rigide. Aggiungere altri filtri rischia di appesantire ulteriormente l’iter senza benefici reali per la sicurezza.

Quanto è concreta questa riforma
Ad oggi si tratta di una proposta politica, non di una legge approvata. Per diventare operativa dovrebbe:
- essere scritta in un testo normativo preciso,
- passare per Parlamento e commissioni,
- ottenere decreto attuativo.
Tradotto: non succede domani. È un messaggio politico che potrebbe tradursi in una legge, ma i dettagli sono tutto.
Cosa cambia per chi vuole fare domanda
Per ora, nulla. Restano validi:
- livello B1 di italiano certificato,
- assenza di reati gravi,
- redditi degli ultimi 3 anni,
- tempi di attesa fino a 36 mesi.
Se il governo porterà avanti la proposta, saranno necessari mesi di lavoro tecnico e un quadro normativo chiaro.
Chi ha già una domanda in corso non dovrebbe essere toccato da eventuali nuove norme, a meno che la legge futura non preveda espressamente il contrario (ipotesi rara ma non impossibile).
La proposta della Lega apre un dibattito che mescola integrazione, sicurezza, politica identitaria e propaganda elettorale. È ancora presto per dire quali parti diventeranno legge e quali resteranno slogan.
Nel frattempo, chi vuole richiedere la cittadinanza dovrebbe continuare a basarsi sulle norme attuali, prepararsi bene per il livello B1 e tenere sotto controllo eventuali aggiornamenti legislativi.

