Sentenza n. 46300 del 16 dicembre 2008 Corte di Cassazione

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Reato culturale o culturalmente orientato – marocchino condannato per maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale in danno della moglie e sequestro di persona – niente sconti di pena a cittadino di religione mussulmana trattamento diverso andrebbe contro i principi costituzionali

 

CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

 

Considerato in fatto e in diritto

Con un primo ed unico motivo di impugnazione la ricorrente difesa deduce la violazione dell’art. 606.1 lettera e) C.P.P. per carenza di motivazione in punto di elemento soggettivo dei reati contestati.

In buona sostanza il ricorso lamenta che il giudice della condanna, in punto di rapporti e relazioni socio-affettive tra coniugi e di rapporti economici genitori/figli, abbia applicato schemi valutativi, tipici della cultura occidentale, senza rispetto delle esigenze di integrazione razziale e senza pesare, nella condotta del reo, cittadino marocchino, la diversità culturale e religiosa che ha improntato ed informato, finalisticamente, le azioni da lui compiute e ritenute illecite: maltrattamenti, sequestro di persona, violenza sessuale, violazione degli obblighi di assistenza familiare.

In altre parole, secondo l’argomentare del ricorrente, tale vizio “culturale” ha finito con invalidare la decisione dei giudici di merito i quali hanno concluso l’azione penale sulla scorta di valutazioni assiologiche, che hanno avuto come esclusivo fondamento sostanziale un pregiudizio etnocentrico, privo di motivazione in punto di soggettività dei delitti ritenuti.

Il ricorso, al limite dell’inammissibilità per la sua infondatezza, sembra muoversi dall’erronea considerazione che l’applicabilità delle norme penali, ai cittadini di cultura ed etnia diversa, in quanto portatori di tradizioni sociologiche, abitudini antropologiche configgenti con la norma penale, debba essere filtrata da tali variabili comportamentali, con una risposta giudiziaria che, secondo il ricorso, verrebbe a scriminare l’azione penalmente illecita, introducendo una sorta di generalizzato difetto dell’elemento soggettivo.

Sotto tale suggestivo profilo, e secondo l’assunto del ricorrente, l’azione vietata e “contra legem” dello straniero (minacce, percosse, lesioni, maltrattamenti, sequestro di persona, violenza sessuale), andrebbe inquadrata e giustificata nei “profili di soglia” della concezione della famiglia, tipica del gruppo sociale di appartenenza, che tali condotte appunto consente e, come nel caso della moglie che rifiuta “il debito coniugale”, talora impone.

La situazione evoca il ben noto fenomeno dei “reati culturali” che la dottrina ha definito come il frutto di un conflitto normativo, suggestivamente espresso con il termine di “interlegalità” intesa come condizione di chi, dovendo operare una scelta, è costretto a fare riferimento ad un quadro articolato di norme, contemporaneamente vigenti ed interagenti tra sistemi giuridici diversi.

Siffatta realtà ha determinato nei vari Stati, interessati da massicci flussi migratori, due diversificate prospettive di multiculturalismo. La prima, di tipo “assimilazionista”, persegue l’inserimento dello straniero nel tessuto nazionale ed esige come contropartita una sostanziale rinuncia alle sue radici etnico-culturali; la seconda invece, orientata su protocolli di “integrazione-inclusione” (simbolica e pratica), è tendenzialmente disposta ad accettare le richieste identitarie ed è sensibile alle specificità culturali “altre”.

In tale ultimo modello, fondato su logiche multirelazionali e moduli di “coapprendimento evolutivo”, il risultato che viene prospettato come realizzabile è quello di una società politica (priva di identità culturale dominante o maggioritaria) costituita da identità culturali molteplici, con eguale diritto di riconoscimento.

E’ del tutto evidente che entrambe le prospettive, nel nostro sistema penale, in tanto possono attuarsi se e nella misura in cui non contrastino con i principi cardine del nostro ordinamento, anche di rango costituzionale, in tema di famiglia, rapporti interpersonali di coppia ivi compresa l’interazione sessuale che nel nostro sistema è stata rigidamente ed innovativamente regolata dalla legge n. 66 del 1996.

Sul piano pratico, gli esperti di filosofia e sociologia del diritto hanno osservato come i paesi europei, investiti da fenomeni migratori abbiano di fatto perseguito una politica “mistilinea”, più o meno assimilazionista, con sostanziale richiesta al “non nativo” di rinuncia alla sua specificità culturale. Per l’Italia, oggi, appare decisamente “proimmigrato” (e quindi “integrazionista-inclusionista”), la previsione della configurabilita’ della circostanza aggravante (stabilita dall’art. 3, comma primo, del D.L 26 aprile 1993 n. 122, conv. con modif. in legge 25 giugno 1993 n. 205) della “finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso”, mentre è invece di segno culturale decisamente contrario e “assimilazionista” la norma sulla repressione penale dell’infibulazione, stabilita dall’art.583 bis C.P. (art.6.1 legge 9 gennaio 2006 n.7),  nonché la norma sulla bigamia (art.556 Cod. Pen.) in tema di delitti contro il matrimonio .

Tuttavia, al di là di tali nozioni, di inquadramento socio-culturale e storico del fenomeno, anche per i reati culturali o culturalmente orientati, il giudice non può sottrarsi al suo compito naturale -come sembra pretendere il ricorrente- di rendere imparziale giustizia con le norme positive vigenti, “caso per caso”, “situazione per situazione”, assicurando ad un tempo:

a) tutela alle vittime (irrilevante l’eventuale loro consenso alla lesione di diritti indisponibili: cfr. Cass. Penale sez.VI, 3398/1999, Rv. 215158, Bajarami);

b) garanzie agli accusati, in punto di rigore nella ricerca della verità e nell’applicazione delle norme;

e) e infine, a responsabilità accertata, personalizzazione della condanna (Corte Costituzionale, 253/2003), con una sanzione che va ricercata ed individuata nel rispetto del principio di “legalità delle pene”, sancito dall’art. 25, secondo comma, Cost., atteso che tale norma costituzionale ha dato forma ad un sistema in cui l’attuazione di una riparatrice giustizia distributiva esige la differenziazione più che l’uniformità (Corte Costituzionale n.50/1980 Num. mass.: 0009478; Sent. n.299/1992).

In tale ottica, il ruolo di mediatore culturale che la dottrina attribuisce al giudice penale, non può mai attuarsi -come richiesto nel ricorso- al di fuori o contro le regole che, nel nostro sistema, fissano i limiti della condotta consentita ed i profili soggettivi che presiedono ai comportamenti, che integrano ipotesi di reato, nella cornice della irrilevanza della “ignoranza juris”, pur letta nell’alveo interpretativo della Corte delle leggi.

L’assunto difensivo, secondo cui (ferma la consapevolezza della illiceità della condotta, secondo le regole dello Stato di residenza) l’elemento soggettivo del delitto de quo sarebbe escluso dal concetto che l’imputato, quale cittadino di religione musulmana, ha della convivenza familiare e delle potestà anche maritali, a lui spettanti quale capo-famiglia (concetto abbondantemente differente dal modello e dalla concezione corrente nello Stato italiano), non è in alcun modo accoglibile, in quanto si pone in assoluto contrasto con le norme cardine che informano e stanno a base dell’ordinamento giuridico italiano e della regolamentazione concreta dei rapporti interpersonali.

Vanno in proposito adesivamente richiamati i principi costituzionali dettati: dall’art. 2, attinenti alla garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo (ai quali appartiene indubbiamente quello relativo all’integrità fisica e la libertà sessuale), sia come singolo sia nelle formazioni sociali (e fra esse è da ascrivere con certezza la famiglia); dall’art. 3, relativi alla pari dignità sociale, alla eguaglianza senza distinzione di sesso e al compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (cfr. in termini: Cass. Sez. VI, 20 ottobre 1999, Bajrami). Tali principi costituiscono infatti uno sbarramento invalicabile contro l’introduzione, di diritto e di fatto, nella società civile di consuetudini, prassi, costumi che si propongono come “antistorici” a fronte dei risultati ottenuti, nel corso dei secoli, per realizzare l’affermazione dei diritti inviolabili della persona, cittadino o straniero.

Ne consegue l’indubbia ricorrenza nella fattispecie del dolo degli illeciti contestati, stante l’obbligo per l’imputato di conoscere, ai sensi dell’art. 5 c.p., il divieto imposto dalla legge ai comportamenti lesivi da lui posti in essere, quale che possa essere stata, per lui, la valutazione della condotta che ha voluto e realizzato, quand’anche essa sia stata ritenuta innocua, oppure socialmente utile e non riprovevole (Cass. Penale sez.VI, 55/2003, Khouider). Profilo quest’ultimo, sicuramente da apprezzarsi nel quadro multiforme delle variabili apprestate dall’art. 133 Cod. Pen. in punto di personalizzazione e adeguatezza della pena, ma non oggetto di critiche nei motivi di ricorso portati all’attenzione del Suprema Corte.

L’impugnazione risulta pertanto infondata, per gli aspetti prospettati, e la parte proponente va condannata ex art. 616 C.P.P. al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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