Sentenza n. 2468 del 13 marzo 2012 Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

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Rigetto istanza di rilascio del permesso di soggiorno per lavoro subordinato flussi 2007

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Seconda Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1032 del 2011, proposto da: *****, rappresentato e difeso dall’avv. Marco Grispo, con domicilio eletto presso Marco Grispo in Roma, via Otranto, 12;

contro

Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Dello Stato, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; Questura di Roma;

per l’annullamento

del provvedimento della Questura di Roma in data 04.03.2010 e notificato in data 13.01.2011 con il quale è stata rigettata l’istanza di rilascio del permesso di soggiorno per lavoro subordinato flussi 2007;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 6 dicembre 2011 il dott. Floriana Rizzetto e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Con il ricorso in esame il Sig. ***** impugna, chiedendone l’annullamento, il decreto del Questore di Roma del 4.3.2010 con il quale veniva rigettava l’istanza di rilascio del permesso soggiorno per lavoro subordinato, in considerazione del fatto che l’istante risultava essere stata precedentemente espulso con decreto del Questore di Roma notificato in data 1.7.1999, asseritamente eseguito in data 24.6.2008 come attestato dal timbro sul passaporto, ed aveva fatto di nuovo ingresso nel territorio nazionale durante il periodo di interdizione – indicato in 10 anni- senza munirsi dell’apposita autorizzazione al rientro anticipato prescritta dall’art. 13 del d.lvo n. 286/98.

Il gravame è affidato ai seguenti motivi:

1) Violazione di legge, illogicità manifesta, eccesso di potere; Violazione e falsa applicazione dell’art. 4 co. 6; dell’art. 13 co. 13 e 14 del d.lvo n. 286/98.

In sintesi il deducente lamenta che l’Amministrazione ha erroneamente ritenuto che il decreto di espulsione intimasse un divieto di reingresso per 10 anni, quando invece tale periodo era di soli 5 anni; sicchè, essendosi il ricorrente allontanato dal territorio nazionale dal 1999 al 1.7.2004, illogicamente l’atto di diniego impugnato si fonda sulla considerazione della presenza in Italia del ricorrente in data 24.6.2008, in quanto in tale momento il periodo di interdizione era ormai cessato. Né può applicarsi nei confronti del ricorrente il nuovo termine decennale introdotto dalla legge n. 189/2002 che ha novellato l’art. 13 del d.lvo n. 286/98.

Si è costituita in giudizio l’Amministrazione, ritualmente intimata.

Con ordinanza collegiale n. 1765 del 24.2.2011 sono stati disposti incombenti istruttori; eseguiti in data 21.4.2011.

Con ordinanza n. 2212 del 16/06/11 è stata accolta l’istanza di sospensiva “ai fini del riesame”.

All’udienza pubblica del 6.12.2011 la causa è trattenuta per la decisione.

Il ricorso è fondato.

Il provvedimento impugnato infatti si fonda su un decreto di espulsione che, alla data dell’impugnato diniego, era ormai divenuto inefficace.

Come già chiarito dalla Sezione, che ha da tempo aderito all’orientamento giurisprudenziale dominante, il divieto di reingresso nel territorio nazionale intimato con un decreto di espulsione adottato in applicazione dell’art. 13, comma 14, del D.Lgs. 25.7.1998, n. 286 è quello, originariamente previsto, al tempo dell’adozione dell’atto, di cinque anni e non può essere esteso a dieci anni, in quanto il nuovo termine introdotto dall’art. 12, comma 1, lett. H, della legge 30.7.2002, n. 189 – che ha modificato in parte qua tale disposizione – che non è applicabile, ratione temporis, ai decreti di espulsione adottati nel previgente regime. A ciò osta sia il principio generale in base al quale, in assenza di specifica diversa previsione, la legge dispone solo per l’avvenire, per cui l’effetto ostativo decennale riguarda gli atti adottati successivamente alla norma come innovata nel 2002; sia il principio del tempus regit actum, per cui l’effetto della norma sopravvenuta non può incidere sugli atti già adottati e sui relativi effetti; sia la regola secondo cui tra diverse possibili interpretazioni della norma e dei relativi effetti occorre dare prevalenza a quella maggiormente aderente al principio di ragionevolezza, nel caso de quo legata altresì all’affidamento che l’odierno istante non poteva che aver fatto su quanto statuito nell’atto espulsivo ricevuto (TAR Lazio, sez. II quater, 10.9.2008 , n. 8227). Al riguardo peraltro va ricordato che la valenza preclusiva decennale è venuta meno dal 24.12.2010 per effetto della diretta applicabilità degli artt. 15 e 16 della direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio 16 dicembre 2008 n. 2008/115/CE.

Nella fattispecie il termine quinquennale, durante la cui pendenza il rientro del ricorrente era vietato (e sanzionato con l’espulsione) – che decorre ai sensi dell’art. 19 d.P.R. n. 394 del 1999, non già dalla data di adozione della misura espulsiva bensì dalla data nella quale essa (spontaneamente o coattivamente) è eseguita – era ormai decorso.

Dalla documentazione depositata in giudizio si evince infatti che il decreto di espulsione in parola – che appunto vietava al ricorrente il rientro in Italia per un periodo di cinque anni anziché di dieci, come erroneamente indicato nell’atto impugnato – era stato spontaneamente ottemperato dal ricorrente per lo meno a partire dal 1.2.2003.

In tal senso depongono sia il certificato rilasciato dal datore di lavoro dell’istante, il quale nel giugno 2003 – e quindi antecedentemente alla instaurazione della controversia in esame – ha dichiarato che il ricorrente aveva lavorato presso la propria società dal 1.2.2003 al giugno 2003 presso la sede di Dhaka, (all.1 e 2 memoria del ricorrente del 16.6.2011); sia la documentazione medica rilasciata dall’Ospedale universitario di Dhaka in data 31.3.2003 (all.3 della predetta memoria).

Alla luce di tali incontestate circostanze, si deve ritenere che il periodo di interdizione quinquennale sia venuto a cessare il 1.2.2008, e che pertanto il divieto di reingresso contenuto nel decreto di espulsione non risultava più operante né al momento della presentazione dell’istanza di rilascio del permesso di soggiorno (avvenuta il 18.11.2009), né al momento del ritiro del passaporto dell’interessato (in data 24.6.2008).

L’atto di diniego impugnato, fondandosi su un decreto di espulsione inefficace, risulta pertanto affetto dai vizi denunciati.

Il ricorso va pertanto accolto con annullamento, per l’effetto, dell’atto impugnato; fatti salvi gli ulteriori provvedimenti dell’amministrazione.

Sussistono giusti motivi per compensare integralmente tra le parti le spese di giudizio, ivi compresi diritti ed onorari.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Quater) accoglie il ricorso in esame e per l’effetto annulla l’atto impugnato.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 6 dicembre 2011

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 13/03/2012

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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