Sentenza n. 10486 del 14 dicembre 2012 Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

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Rifiuto di rinnovo del permesso di soggiorno – emersione del lavoro irregolare

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Seconda Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 8518 del 2008, proposto da: *****, rappresentato e difeso dall’avv. Mario Antonio Angelelli, con domicilio eletto presso Mario Antonio Angelelli in Roma, viale Carso,23;

contro

Questura di Roma; Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura dello Stato, domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12;

per l’annullamento

del decreto del Questore di Roma del 20 maggio 2008, notificato il 31 maggio 2008, di rifiuto di rinnovo del permesso di soggiorno, nonché di tutti gli atti del procedimento.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 15 novembre 2012 il dott. Stefania Santoleri e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

Il ricorrente, cittadino egiziano, è entrato in Italia nel 2001.

In data 2 maggio 2003 ha ottenuto il primo permesso di soggiorno in seguito ad emersione del lavoro irregolare ex art. 33 della L. 189/02, essendo stato assunto dalla Sig.ra ***** come barista presso il bar “***.

In data 12/11/04, ha ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato per il periodo di due anni, prestando servizio come cameriere presso una pizzeria di Roma..

In data 11/12/06, ha chiesto il rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato.

Con il provvedimento impugnato la Questura di Roma ha respinto la sua istanza rilevando che il rapporto di lavoro con la Sig.ra ***** sarebbe stato falso, e che quest’ultima sarebbe stata indagata insieme ad altri soggetti per aver presentato false dichiarazioni di emersione a favore di cittadini extracomunitari.

Avverso detto provvedimento il ricorrente ha dedotto i seguenti motivi di impugnazione:

1. Eccesso di potere per carenza di motivazione e per contraddittorietà della stessa. Violazione dell’art. 3 della L. 241/90.

Sostiene il ricorrente che il provvedimento di diniego sarebbe basato su una semplice notizia di reato nei confronti del solo datore di lavoro non essendo egli indagato.

La falsità del rapporto non sarebbe stata neppure accertata in sede penale, essendovi soltanto indagini di polizia giudiziaria.

2. Violazione e falsa applicazione dell’art. 5 comma 5 del D.Lgs. 286/98 e del’art. 33 comma 1 e 8 lett. A) e c) del D.L. 195/02, convertito in L. n. 222/02. Travisamento dei fatti. Ingiustizia manifesta.

Ribadisce il ricorrente di aver prestato regolare servizio presso il bar della Sig.ra Speranza e di essersi poi dimesso per motivi familiari; il mancato pagamento dei contributi previdenziali sarebbe imputabile al solo datore di lavoro.

Infine, la falsità del rapporto sarebbe stata desunta da meri indizi e non sarebbe mai stata accertata in giudizio.

Insiste quindi il ricorrente per l’accoglimento del ricorso.

L’Amministrazione intimata si è costituita in giudizio ed ha chiesto il rigetto del ricorso per infondatezza.

Con ordinanza collegiale n. 1659/12 la Sezione ha chiesto alla Questura di Roma di fornire documentati chiarimenti in merito alle indagini svolte dal Commissariato “Primavalle”, specificando se sia iniziato un procedimento penale a carico del ricorrente e del suo datore di lavoro in merito alla presunta falsità del rapporto di lavoro in base al quale è stata ottenuta l’emersione.

L’ordinanza istruttoria non è stata eseguita.

All’udienza pubblica del 15 novembre 2012 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

Il ricorso è fondato.

Il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno è intervenuto a distanza di anni dalla data di rilascio del primo permesso di soggiorno in seguito ad emersione ai sensi della L. 189/02, in quanto, da indagini di polizia giudiziaria, sarebbe emerso che la prima datrice di lavoro del ricorrente avrebbe presentato domanda di regolarizzazione per una pluralità di cittadini stranieri – tra i quali è annoverato anche il ricorrente – e che detti rapporti di lavoro, secondo la polizia, sarebbero stati falsi.

Con ordinanza istruttoria n. 1659/12, il Collegio ha chiesto alla Questura di fornire i dovuti chiarimenti in merito all’esito delle indagini di polizia giudiziaria, essendo ormai trascorsi ben quattro anni dalla data di adozione del provvedimento di diniego, al fine di comprendere se effettivamente la falsità del rapporto di lavoro intercorrente tra la Sig.ra Speranza ed il ricorrente fosse stata accertata giudizialmente.

L’ordinanza istruttoria non è stata eseguita, e quindi dagli atti di causa non può evincersi se vi sia stato effettivamente un procedimento penale a carico della datrice di lavoro del ricorrente, quale sia stato il suo esito, e se sia stata provata in giudizio la falsità del rapporto di lavoro.

Pertanto, allo stato – nonostante il lungo arco di tempo trascorso – il provvedimento di diniego risulta fondato esclusivamente sulla presunta falsità del rapporto di lavoro, desumibile da mere indagini di polizia giudiziaria, che potrebbero anche non essere mai sfociate in un procedimento penale, neanche nei confronti della datrice di lavoro del ricorrente, atteso che quest’ultimo, non risulta indagato per alcun reato, secondo quanto può evincersi dal certificato dei carichi pendenti prodotto in giudizio.

Considerato che il ricorrente si trova in Italia da oltre 10 anni, che da quanto dedotto in giudizio – dopo aver ottenuto la regolarizzazione -, ha sempre prestato regolare attività lavorativa, che non risulta indagato, e che non vi è prova in merito ad un effettivo accertamento sulla falsità del primo rapporto di lavoro, ritiene il Collegio che il ricorso debba essere accolto, dovendo la Questura rideterminarsi, riesaminando compiutamente la posizione del ricorrente e valutando gli eventuali fattori sopravvenuti ex art. 5 comma 5 della D.Lgs. 286/98, ove sussistenti.

Quanto alle spese di lite, sussistono tuttavia giusti motivi per disporne la compensazione tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Quater) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto,

lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 15 novembre 2012

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 14/12/2012

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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