Sentenza n. 6410 del 6 dicembre 2011 Consiglio di Stato

Diniego visto ingresso – nulla osta lavoro subordinato.

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 8446 del 2011, proposto da: *****, rappresentato e difeso dall’avv. Simona Maggiolini, con domicilio eletto presso Laura Barberio in Roma, via Torino, 7;

contro

Ministero degli Affari Esteri non costituitosi in giudizio;

per la riforma

della sentenza breve del T.A.R. del LAZIO – Sede di ROMA- SEZIONE I QUA n. 05096/2011, resa tra le parti, concernente DINIEGO VISTO D’INGRESSO

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 22 novembre 2011 il Consigliere Fabio Taormina e udito per l’appellante l’avvocato Simona Maggiolini;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

Con il ricorso di primo grado, era stato chiesto dall’odierno appellante l’annullamento del provvedimento di diniego di visto d’ingresso n. *** del Consolato Generale d’Italia in Lagos emesso il 21 settembre 2010; erano state dedotte le censure di eccesso di potere sotto vari profili e di violazione di legge con riferimento agli articoli 3 e 10 bis della legge 7 agosto 1990 n. 241 ed all’art. 4 del d.Lgs 25 luglio 1998 n. 286.

Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio – Sede di Roma – adito ha respinto il ricorso evidenziando, in punto di fatto, che la reiezione della domanda di visto per lavoro subordinato aveva trovato fondamento nella circostanza che il passaporto presentato (recante n. ***) era diverso da quello indicato nel nulla osta il che aveva fatto insorgere fondati dubbi circa la reale identità dell’originario richiedente.

Pertanto doveva essere condivisa la tesi della difesa erariale dell’appellata amministrazione, secondo cui lo smarrimento del passaporto, il cui numero identificativo era riportato nel nulla osta SUI, era sempre stato un indice sicuro di mancata e piena identificazione dell’avente diritto; ciò portava a ritenere che dietro tali smarrimenti si celasse una vera e propria organizzazione dedita a favorire l’immigrazione clandestina, e comunque determinava seri dubbi sull’identità del richiedente (posti alla base del diniego di visto).

Ne discendeva che ‘Amministrazione aveva dato adeguatamente conto della sussistenza di motivi ostativi, atti a supportare la legittima adozione del diniego e che pertanto, nessuna contestazione poteva essere mossa alla stessa.

L’odierno appellante ha proposto una articolata critica alla sentenza in epigrafe sotto tutti i versanti motivazionali suindicati ribadendo le censure già esposte in primo grado e chiedendo la riforma dell’appellata decisione.

Ha in particolare ripercorso la cronologia degli accadimenti, ed ha fatto presente che egli – essendosi accorto di avere smarrito il passaporto indicato nella richiesta di soggiorno – aveva presentato denuncia di smarrimento ed aveva richiesto il rilascio di un nuovo documento per l’espatrio (indispensabile per proseguire l’iter volto al rilascio del titolo abilitativo al soggiorno in Italia).

La compente autorità nigeriana gli aveva quindi rilasciato un nuovo passaporto; la statuizione reiettiva impugnata in primo grado era stata resa in violazione del precetto di cui all’art. 26 comma 7 bis del d.Lgs 25 luglio 1998 n. 286 e di cui all’art. 10 bis della legge 7 agosto 1990 n. 241.

L’appellante peraltro non aveva mai riportato precedenti penali.

La impugnata sentenza, in quanto non aveva colto dette circostanze mutuava i vizi dell’azione amministrativa e, in quanto erronea, meritava di essere annullata.

Alla odierna camera di consiglio del 22 novembre 2011 la causa è stata posta in decisione.

DIRITTO

1.Stante la completezza del contraddittorio e la mancata opposizione delle parti rese edotte della possibilità di immediata definizione della causa la causa può essere decisa nel merito, tenuto conto della parziale inammissibilità ed infondatezza dell’appello.

2.E’ innanzitutto inammissibile il secondo motivo del ricorso in appello, in quanto si limita a richiamare alcuni articoli di legge ed a (dichiarare di ) riproporre le censure contenute nel ricorso di primo grado, senza che sia stata formulata alcuna anche embrionale critica specifica alla impugnata decisione. Rammenta in proposito il Collegio che per pacifica giurisprudenza

“è inammissibile la mera riproposizione, in base a semplice e generico rinvio alle censure e deduzioni svolte in primo grado, del motivo del ricorso avulso da qualsivoglia specifica e concreta critica della sentenza.”(ex multis, si veda Consiglio di Stato sez. VI 28 luglio 2008, n. 3710)

Sotto altro profilo, ( ed avuto riguardo alla circostanza che le predette censure non furono espressamente esaminate dal primo giudice) costituisce jus receptum il principio per cui

“non sono introducibili nel giudizio di appello i motivi dichiarati assorbiti nella decisione di primo grado con mero rinvio mediante una formula di stile, insufficiente a soddisfare l’onere di espressa e integrale riproposizione.” (Consiglio Stato , sez. IV, 23 luglio 2009 , n. 4662).

Alla stregua di tali considerazioni il secondo motivo di censura è inammissibile

3. Quanto al primo motivo di doglianza, stabilisce il comma 2 dell’art. 4 del d.Lgs 25 luglio 1998 n. 286 che “ il visto di ingresso è rilasciato dalle rappresentanze diplomatiche o consolari italiane nello Stato di origine o di stabile residenza dello straniero. Per soggiorni non superiori a tre mesi sono equiparati ai visti rilasciati dalle rappresentanze diplomatiche e consolari italiane quelli emessi, sulla base di specifici accordi, dalle autorità diplomatiche o consolari di altri Stati. Contestualmente al rilascio del visto di ingresso l’autorità diplomatica o consolare italiana consegna allo straniero una comunicazione scritta in lingua a lui comprensibile o, in mancanza, in inglese, francese, spagnolo o arabo, che illustri i diritti e i doveri dello straniero relativi all’ingresso ed al soggiorno in Italia. Qualora non sussistano i requisiti previsti dalla normativa in vigore per procedere al rilascio del visto, l’autorità diplomatica o consolare comunica il diniego allo straniero in lingua a lui comprensibile, o, in mancanza, in inglese, francese, spagnolo o arabo. In deroga a quanto stabilito dalla legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, per motivi di sicurezza o di ordine pubblico il diniego non deve essere motivato, salvo quando riguarda le domande di visto presentate ai sensi degli articoli 22, 24, 26, 27, 28, 29, 36 e 39. La presentazione di documentazione falsa o contraffatta o di false attestazioni a sostegno della domanda di visto comporta automaticamente, oltre alle relative responsabilità penali, l’inammissibilità della domanda. Per lo straniero in possesso di permesso di soggiorno è sufficiente, ai fini del reingresso nel territorio dello Stato, una preventiva comunicazione all’autorità di frontiera. ”

3.1. Avuto riguardo alla causale del provvedimento reiettivo vanno dichiarate quindi inammissibili, in quanto distoniche rispetto all’oggetto del processo (e forse richiamate nell’atto di appello per mero errore materiale) le argomentazioni contenute in detto primo motivo d’appello riferite alla disposizione di cui all’art. 26 comma 7 bis del d.Lgs 25 luglio 1998 n. 286 (disciplinante il regime delle condanne per delitti in materia di c.d. “tutela del diritto d’autore”, quale automatico dato preclusivo della possibilità per lo straniero di ottenere/mantenere il titolo abilitativo della propria presenza in Italia).

Ciò perché l’unico motivo della reiezione riposa nella incertezza sull’identità dell’appellante e non anche in condanne preclusive riportate dallo stesso ( circostanza, quest’ultima, mai dall’amministrazione evidenziata).

3.2. L’unico profilo di doglianza ammissibile riguarda in conclusione l’asserito malgoverno della disposizione di cui all’art. 10 bis della legge 7 agosto 1990 n. 241 (“nei procedimenti ad istanza di parte il responsabile del procedimento o l’autorità competente, prima della formale adozione di un provvedimento negativo, comunica tempestivamente agli istanti i motivi che ostano all’accoglimento della domanda. Entro il termine di dieci giorni dal ricevimento della comunicazione, gli istanti hanno il diritto di presentare per iscritto le loro osservazioni, eventualmente corredate da documenti. La comunicazione di cui al primo periodo interrompe i termini per concludere il procedimento che iniziano nuovamente a decorrere dalla data di presentazione delle osservazioni o, in mancanza, dalla scadenza del termine di cui al secondo periodo. Dell’eventuale mancato accoglimento di tali osservazioni è data ragione nella motivazione del provvedimento finale. Le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano alle procedure concorsuali e ai procedimenti in materia previdenziale e assistenziale sorti a seguito di istanza di parte e gestiti dagli enti previdenziali”).

3.3. La prospettata censura è infondata e va respinta.

3.3.1.Invero durante il procedimento amministrativo non è stata incontrovertibilmente dimostrata la identità del soggetto che presentò l’istanza nel 2008 con quello indicato quale titolare del “nuovo” documento di identità valido per l’espatrio comunicato al Consolato d’Italia nel 2009. V’era quindi una discrasia tra il documento sotteso alla richiesta di visto e quello riportato nel nulla-osta fonte di incertezza sulla effettiva identità del richiedente.

A fronte di detta innegabile situazione (che peraltro l’appellante non poteva ignorare, trovando essa causa, anche a dar credito alle affermazioni dello stesso, in un fatto – quale il pregresso smarrimento del documento- ad esso ben noto) il provvedimento impugnato in primo grado si appalesava quale atto dovuto immune da vizi ( il che peraltro non preclude, ovviamente, l’eventuale riproposizione dell’istanza da parte dell’appellante in futuro).

Nel caso di specie infatti, nella incertezza sulla effettiva identità del richiedente il provvedimento non avrebbe potuto avere un contenuto diverso ed in concreto costituiva atto vincolato (Consiglio Stato , sez. V, 28 luglio 2008 , n. 3707) di guisa che l’omesso inoltro del preavviso non può spiegare portata invalidante.

Si rammenta in proposito che questo Consiglio di Stato, sia in sede giurisdizionale che consultiva (Consiglio Stato , sez. V, 19 giugno 2009 , n. 4031, Consiglio Stato , sez. II, 30 luglio 2009 , n. 4802) ha costantemente affermato che l’art. 21-octies l. n. 241 del 1990 deve ritenersi applicabile anche alla violazione dell’art. 10-bis della stessa legge, dal momento che la mancata emanazione del provvedimento di preavviso del rigetto non incide sulla validità del provvedimento conclusivo del procedimento nel caso in cui quest’ultimo abbia contenuto vincolato.

4. Alla stregua delle superiori argomentazioni l’appello deve essere in parte dichiarato inammissibile ed in parte respinto.

5. Nessuna statuizione è dovuta sulle spese processuali stante la mancata costituzione in giudizio dell’appellata amministrazione.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull’appello, numero di registro generale 8446 del 2011 come in epigrafe proposto,lo respinge.

Nulla per le spese .

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 22 novembre 2011

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 06/12/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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