Sentenza n. 5536 del 15 giugno 2012 Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

Rifiuto istanza di rilascio del permesso di soggiorno per cure mediche

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Seconda Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 7483 del 2011, proposto da: *****, rappresentato e difeso dall’avv. Sara Di Geronimo, con domicilio eletto presso Antonella Di Raimo in Roma, via G. Andreoli, 2;

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso dall’Avvocatura Dello Stato, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

per l’annullamento

del decreto della Questura di Roma del 21 giugno 2011, notificato in data 4.7.2011, con il quale si rifiuta l’istanza di rilascio del permesso di soggiorno per cure mediche;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero dell’Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 15 marzo 2012 il dott. Maria Laura Maddalena e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

La ricorrente espone nel ricorso di essere entrata in Italia con un permesso di soggiorno per motivi di turismo nel 2009 e di essere stata sottoposta ad un intervento chirurgico e a numerose cure riabilitative per una displasia congenita bilaterale dell’anca destra.

Dovendo essere sottoposta ad un secondo intervento, aveva chiesto, in data 16.5.2011, istanza di permesso di soggiorno per cure mediche.

La Questura, dopo aver rilevato che il visto di ingresso per turismo, ottenuto dalla ricorrente, non era conforme al vero motivo di permanenza della stessa sul territorio dello Stato, ha rigettato l’istanza in quanto ai sensi dell’art. 28, comma 1, ltt. C) del DPR n. 334 del 18.10.2004, il permesso di soggiorno per cure mediche può essere rilasciato nei confronti di cittadini non regolarmente soggiornanti solo nel caso in cui ricorrano le circostanze di cui all’art. 19, comma 2, lett. d) del d.lgs. 286/98, ovvero il caso di donne in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi alla nascita del figlio cui provvedono.

In sostanza, quindi, la Questura ha indicato alla ricorrente la via della richiesta di un nuovo visto di ingresso per cure mediche, ai sensi dell’art. 44 del DPR n. 394/1999.

La ricorrente ha sul punto sottolineato che a causa dei gravi disordini in Libia le era impossibile fare ritorno nel Paese d’origine e chiedere il nuovo visto di ingresso.

Il ricorso è articolato in varie censure di eccesso di potere e violazione di legge.

L’Avvocatura dello Stato si è costituita con mero atto di stile.

L’istanza cautelare è stata accolta in data 13.10.2011.

All’odierna udienza, la causa è stata trattenuta in decisione.

Con il primo motivo, la ricorrente invoca l’interpretazione data dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 252/2001 dell’art. 19 del d.lgs. 286/98 e sostiene che il diritto costituzionalmente garantito alla salute impone che anche al cittadino straniero irregolarmente soggiornante siano garantite le cure mediche essenziali e non solo quelle urgenti ovvero quelle indicate dall’art. 35, comma 3, dello stesso decreto, secondo il quale: “Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all’ingresso ed al soggiorno, sono assicurate, nei presìdi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva.”

La Corte costituzionale, nella citata sentenza n. 252/2001 ha affermato che: “La legge prevede quindi un sistema articolato di assistenza sanitaria per gli stranieri, nel quale viene in ogni caso assicurato a tutti, quindi anche a coloro che si trovano senza titolo legittimo sul territorio dello Stato, il “nucleo irriducibile” del diritto alla salute garantito dall’art. 32 Cost.; stante la lettera e la ratio delle disposizioni sopra riportate, a tali soggetti sono dunque erogati non solo gli interventi di assoluta urgenza e quelli indicati dall’art. 35, comma 3, secondo periodo, ma tutte le cure necessarie, siano esse ambulatoriali o ospedaliere, comunque essenziali, anche continuative, per malattia e infortunio.”

E’ dunque evidente che l’elencazione di cui all’art. 35, comma 3, pertanto effettuata dal legislatore ad altri fini, in quanto concernente la questione della messa a disposizione da parte delle strutture pubbliche di cure mediche, non è esaustiva a tutela del diritto costituzionale alla salute.

La Cassazione ha interpretato tale pronuncia nel senso che “Il divieto di espulsione temporanea dello straniero per motivi di salute, previsto nell’art. 35 d.lg. 25 luglio 1998 n. 286, è correlato ad una condizione di necessità d’intervento sanitario non limitato all’area del pronto soccorso o della medicina d’urgenza, ma esteso, perché la garanzia normativa sia conforme al dettato costituzionale, all’esigenza di apprestare gli interventi essenziali “quoad vitam”. Rientrano in tale categoria tutti gli interventi che, successivamente alla somministrazione immediata di farmaci essenziali per la vita, siano indispensabili al completamento dei primi od al conseguimento della loro efficacia, mentre restano esclusi quei trattamenti di mantenimento e di controllo che, se pur necessari per assicurare una “spes vitae” per il paziente, fuoriescono dall’intervento sanitario indifferibile ed urgente e in ordine ai quali, pur non operando il divieto di espulsione, può essere richiesto, un permesso di soggiorno per motivi di salute. (Cassazione civile sez. I, 04 aprile 2011, n. 7615).”

Ancora più di recente la Cassazione ha ribadito questo principio (Cassazione penale sez. I, 7 febbraio 2012, n. 7336).

La giurisprudenza amministrativa ha ricostruito la fattispecie dal punto di vista dei presupposti per il rilascio del titolo di soggiorno come segue: lo status di non espellibilità dello straniero entrato irregolarmente nel territorio nazionale, ove questi necessiti di cure essenziali, ancorché continuative, per malattia, comporta necessità di formalizzare un’autorizzazione speciale affinché l’immigrato irregolare possa restare in Italia al solo fine di ricevere le cure urgenti o essenziali, ancorché continuative, previo positivo apprezzamento in ordine alla indifferibilità e urgenza delle cure da parte degli organismi competenti; ricorrendo tale ipotesi, il Questore dovrà rilasciare un permesso, o autorizzazione, atipica, che si traduce, in pratica, nel dichiarare lo status di non espellibilità dell’immigrato irregolare e che gli consente di soggiornare sul territorio nazionale, munito di questo titolo, nel periodo in cui si sottopone alle cure di cui ha provato di avere bisogno con la documentazione sanitaria allegata all’istanza di rilascio del titolo di soggiorno ( Tar Veneto, sez. III, 11 luglio 2011, n. 1168).

Nel caso si specie, tuttavia, non si verte in un’ipotesi di cure essenziali per la sopravvivenza ma, trattandosi di una malattia congenita dell’anca, di cure necessarie per la ripresa della autonoma deambulazione.

Non sembra pertanto che possa applicarsi al caso in esame la giurisprudenza sopra menzionata.

Per identiche ragioni deve essere respinto anche il secondo motivo di ricorso, con il quale la ricorrente ribadisce le censure mosse con il precedente motivo e sottolinea che il ritorno nello Stato d’origine comporterebbe un danno grave ed irreparabile alla sua salute.

Con il terzo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta il difetto di istruttoria, posto che l’amministrazione dell’interno si è limitata a constatare l’assenza del visto di ingresso per cure mediche, senza tener conto delle insormontabili difficoltà ad ottenere un tale visto tenuto conto della situazione di belligeranza in Libia all’epoca della proposizione del ricorso nonché delle sue gravi condizioni di salute.

La doglianza merita accoglimento.

Va premesso che, a ben vedere, iIl problema che si pone nel caso di specie, tuttavia, a ben vedere, appare per alcuni aspetti diverso da quello preso in considerazione dai precedenti sopra citati poiché nel caso di specie non si tratta di uno straniero illegalmente soggiornante che al fine di evitare l’espulsione faccia valere la necessità di cure mediche e ottenga quindi un atipico permesso di soggiorno che gli consenta di ottenere dette cure a titolo gratuito, nei limiti di cui all’art. 35, comma 3 del tu immigrazione.

Nel caso di specie, infatti, la ricorrente, entrata in Italia con un visto turistico poi scaduto, non risultava destinataria di alcun provvedimento di espulsione ma aveva spontaneamente deciso di fare domanda di permesso di soggiorno per cure mediche ai sensi dell’art. 36 d.lgs. 286/1998 e art. 44 del DPR 394/1999, dovendo sottoporsi ad un secondo intervento chirurgico in Italia. Ancorché nel ricorso nulla si specifichi al riguardo, deve ritenersi che la richiesta fosse stata effettuata secondo quanto prescrive lo stesso articolo 36 e quindi per cure mediche con spese a carico del richiedente. D’altro canto se così non fosse, l’amministrazione lo avrebbe sicuramente segnalato.

Non si tratta dunque dell’ipotesi di cui sopra, rispetto alla quale la giurisprudenza amministrativa ha parlato del rilascio di un atipico titolo di soggiorno per cure mediche consequenziale al divieto di espulsione, ma bensì della valutazione di una vera e propria istanza di permesso di soggiorno per cure mediche ex art. 36, presentata però senza aver previamente ottenuto lo specifico visto di ingresso, previsto appunto dalle norme sopra citate, e la cui mancanza è stata appunto stata opposta dalla amministrazione procedente alla ricorrente.

A questo proposito, con il terzo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta il difetto di istruttoria, posto che l’amministrazione dell’interno si è limitata a constatare l’assenza del visto di ingresso per cure mediche, senza tener conto delle insormontabili difficoltà ad ottenere un tale visto tenuto conto della situazione di belligeranza in Libia all’epoca della proposizione del ricorso nonché delle sue gravi condizioni di salute.

La doglianza merita accoglimento.

Peraltro, sSe è vero infatti che il presupposto per l’ottenimento di un permesso di soggiorno per cure mediche, con oneri a carico dello stesso richiedente, è l’aver previamente ottenuto lo specifico visto di ingresso, non può però non evidenziarsi che in circostanze eccezionali, quale è quella appunto della ricorrente, l’impossibilità obiettiva di procurarsi detto visto (per la situazione di belligeranza in corso nel Paese d’origine della ricorrente e per la documentata sospensione di tutte le attività dell’Ambasciata e del Consolato generale di Italia a Tripoli dal 18 marzo 2011 (v. doc. 10), il che renderebbe impossibile anche ad un familiare o ad un delegato della ricorrente la presentazione della domanda di visto) non può condizionare il rilascio del permesso di soggiorno per cure mediche qualora il richiedente si trovi già in Italia, per esservi entrato con un visto turistico poi scaduto, e disponga di tutti gli altri requisititi cui l’art. 36 del Tu immigrazione subordina il rilascio del permesso di soggiorno (dichiarazione della struttura di cura; deposito a titolo di cauzione di una somma adeguata; documentazione della disponibilità di vitto e alloggio in Italia; ecc.) In casi come questo, infatti, richiedere che il malato torni al Paese d’origine per procurarsi detto visto, senza nessuna possibilità concreta di successo, appare in contrasto con i doveri di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e rischia di compromettere il diritto costituzionalmente garantito alla salute in un suo aspetto essenziale quale è quello della deambulazione (art. 32 Cost.).

In questo senso sembra militare anche la sentenza della Corte costituzionale n. 252/2001 la quale conclude per la costituzionalità della disciplina vigente in quanto essa garantisce sempre e comunque il diritto alla salute anche degli stranieri, prevedendo per i casi di indifferibilità ed urgenza il divieto di espulsione e cure mediche gratuite e consentendo negli altri casi l’ottenimento di un apposito permesso per cure mediche, con oneri a carico del richiedente.

L’oggettiva impossibilità di procurarsi un visto di ingresso per cure mediche, dunque, ove effettivamente accertata, non deve essere di ostacolo alla valutazione dei presupposti di cui all’art. 36 d.lgs. 286/98, in caso di richiesta di permesso per cure mediche da parte di cittadino straniero irregolarmente soggiornante, corredata di tutti i requisiti prescritti dalla citata norma, tanto più che i presupposti cui fa riferimento l’art. 44, lett. a); b); c); e d); del DPR 394/1999 sono gli stessi descritti dall’art. 36, comma 1, del Testo unico immigrazione.

L’amministrazione dovrà pertanto rivalutare l’istanza della ricorrente alla luce di quanto statuito nella presente sentenza.

Le restanti doglianze, concernenti il mancato preavviso di rigetto, la mancanza di una traduzione della lingua conosciuta dal destinatario e il difetto di sottoscrizione dell’atto impugnato, possono essere assorbitei.

Il ricorso pertanto va accolto e le spese devono essere compensate, sussistendo giusti motivi attesa la peculiarità della fattispecie.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Quater) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato. Compensa le spese.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nelle camere di consiglio dei giorni 15 marzo e 12 aprile 2012

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 15/06/2012

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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