Sentenza n. 3722 del 25 giugno 2012 Consiglio di Stato

Diniego permesso di soggiorno – rapporto lavorativo quale domestico, dichiarato ai fini dell’emersione dal lavoro nero

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Terza)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2095 del 2012, proposto da: *****, rappresentato e difeso dall’avv. Carlo Bruni, con domicilio eletto presso Segreteria Sezionale Cds in Roma, piazza Capo di Ferro, 13;

contro

Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12;

per la riforma

della sentenza breve del T.A.R. TOSCANA – FIRENZE: SEZIONE II n. 01173/2011, resa tra le parti, concernente diniego permesso di soggiorno

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero dell’Interno;

Vista la propria ordinanza istruttoria del 13-16 aprile 2012, e visto il relativo adempimento;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 22 giugno 2012 il Pres. Pier Giorgio Lignani e udito l’avvocato dello Stato Vessichelli;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

1. L’appellante, già ricorrente in primo grado, cittadino tunisino presente in Italia senza permesso di soggiorno, è stato interessato da una procedura di “emersione” e regolarizzazione ai sensi dell’art. 1-ter della legge n. 102/2009. La relativa domanda era stata presentata da un altro immigrato, regolarmente residente, di nazionalità egiziana, il quale aveva dichiarato di avere assunto “in nero” il tunisino in qualità di domestico.

Il procedimento di emersione ha avuto un certo sviluppo, fino alla sottoscrizione del formale “contratto di soggiorno” fra il datore di lavoro e il lavoratore.

Com’è noto, di tale contratto fa obbligatoriamente parte anche una clausola relativa alla sistemazione alloggiativa del lavoratore straniero. In questo caso nel contratto si dichiarava e si attestava che il lavoratore tunisino era alloggiato presso un terzo, cittadino italiano, il signor ***, il quale gli dava ospitalità nella propria abitazione.

2. La Questura di Livorno ha poi compiuto le verifiche e gli accertamenti del caso, venendo a conoscenza, fra l’altro , del fatto che il lavoratore tunisino non svolgeva più (supposto che prima l’avesse svolta) l’attività di domestico presso il cittadino egiziano autore della pratica di regolarizzazione, ma lavorava invece come marinaio alle dipendenze di altro soggetto e alloggiava a bordo dell’imbarcazione (un peschereccio).

Inoltre la Questura ha sottoposto a verifica la questione se in precedenza l’interessato tunisino avesse realmente avuto alloggio presso il cittadino italiano, sig. ***, come dichiarato nel contratto di soggiorno. Tali indagini sono state giustificate, fra l’altro, dalla circostanza che anche altri stranieri in corso di “emersione” avevano dichiarato di essere alloggiati presso il sig. *** – tutti a titolo di ospitalità gratuita nella sua propria abitazione.

All’esito di queste verifiche, la Questura è giunta alla conclusione che in realtà nessuno degli stranieri interessati (e comunque l’attuale appellante) aveva mai alloggiato presso il *** e che anzi quest’ultimo asseriva che il suo nominativo sarebbe stato usato abusivamente.

3. In questa situazione, la Questura di Livorno, con atto del 21 marzo 2011, ha definito la pratica di “emersione” dell’attuale appellante con un provvedimento di rigetto motivato con la considerazione che «in sede di sottoscrizione del contratto di soggiorno… ed in occasione della convocazione presso il Commissariato di Portoferraio… il suddetto straniero ha presentato una dichiarazione di ospitalità non veritiera».

4. L’interessato ha proposto ricorso al T.A.R. Toscana, ma il ricorso è stato respinto.

E’ seguito l’appello dell’interessato, cui resiste l’Amministrazione dell’Interno.

In occasione della trattazione della domanda cautelare, a seguito di una ordinanza istruttoria, il Collegio ritiene di poter procedere alla definizione immediata della controversia, ai sensi dell’art. 60 c.p.a..

5. Nel merito, le tesi difensive dell’interessato si concentrano sull’argomento che, una volta avviata la procedura di emersione, e dopo che, anzi, sia stato firmato il contratto di soggiorno, il lavoratore straniero può legittimamente cambiare attività e datore di lavoro; e questo è quello che sarebbe avvenuto nella fattispecie, quando l’interessato ha abbandonato il suo precedente lavoro di domestico al servizio di un cittadino egiziano e si è imbarcato quale marittimo alle dipendenze di altro soggetto.

6. Il Collegio osserva che il punto centrale della controversia non è se il rapporto lavorativo quale domestico, dichiarato ai fini dell’emersione (beneficio il quale, giova ricordarlo, era limitato a questa tipologia di attività), fosse veritiero o fittizio, e neppure se abbia avuto una durata più o meno lunga.

Il punto centrale è che nel contratto di soggiorno era stata dichiarata una certa sistemazione alloggiativa e che questa dichiarazione era certamente non veritiera.

Nella memoria difensiva prodotta alla Questura il 22 dicembre 2010, in risposta al preavviso di rigetto di cui all’art. 10-bis, legge n. 241/1990, l’interessato ha dato atto di non aver realmente alloggiato presso il signor ***, pur avendo questi dato la sua disponibilità.

Il materiale istruttorio raccolto dalla Questura di Livorno, e acquisito agli atti del presente giudizio per effetto dell’ordinanza istruttoria del 13-16 aprile 2012 appare assolutamente probante nel senso che le plurime dichiarazioni di ospitalità relative all’abitazione del B. erano tutte fittizie (altra questione, non rilevante in questa sede, è se il *** fosse inconsapevole o al contrario connivente).

Ora, poiché la clausola relativa alla sistemazione alloggiativa del lavoratore straniero è uno dei contenuti rilevanti ed immancabili del contratto di soggiorno, la sua accertata (e di fatto non controversa) fittizietà giustifica il diniego della Questura di definire favorevolmente la procedura di emersione con il rilascio del permesso di soggiorno.

7. In conclusione, l’appello va respinto; ma si ravvisano giusti motivi per compensare le spese, anche in considerazione del fatto che verosimilmente una eventuale condanna resterebbe ineseguita ed ineseguibile attese le condizioni economiche dell’appellante.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo rigetta. Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 22 giugno 2012

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 25/06/2012

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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