Sentenza n. 12089 del 30 marzo 2012 Corte di Cassazione

E’ da condannare la violenza fisica sui figli minori anche se spinta da ideologie culturali diverse

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SESTA SEZIONE PENALE

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

RAGIONI DELLE DECISIONE

1. La Corte d’appello di Bologna con sentenza del 2.3-19.4.2010 a confermato la condanna del cittadino marocchino ****, deliberata il 12 11.2007 dal GUP di Ravenna per il delitto di maltrattamenti e lesioni aggravate in danno della figlia dodicenne, percossa quotidianamente quando non era in grado di ripetere perfettamente a memoria versi del Corano (che, riferiscono i giudici del merito, il padre costringeva studiare fino all’1 di notte).

2. Si corre nell’interesse dell’imputato il difensore, con l’unico articolato motivo denunciando violazione dell’art. 572 c.p. Per difetto dell’elemento soggettivo.
Secondo il ricorrente, i fatti si sarebbero svolti per finalità educative in un contesto culturale familiare di carattere rigidamente patriarcale, che avrebbero fatto sentire all’imputato legittimato ad agire da “padre padrone”, in modo congruo al proprio codice etico-religioso di riferimento, il che rileverebbe sia ai sensi del vigente testo dell’art. 5 c.p. che per l’individuazione del discrimine con il diverso reato dell’abuso dei mezzi di correzione, di cui all’art 571 c.p.; per contro l’adesione al diverso insegnamento della “sentenza Cambria” si porrebbe in contrasto con i principi di cui agli artt. 3 e 27 Cost..
In definitiva, secondo il ricorso (p.7) il padre sarebbe ricorso ad un uso controllato della forza per finalità educative; in particolare l’uso del manico di scopa per coprire la bambina erroneamente sarebbe stato ritenuto incongruo allo scopo, le altre lezioni essendo riconducibile all’azione del fratello della bambina. Nella fattispecie, l’estraneità dell’imputato al processo di evoluzione del costume e della scienza pedagogiche dovrebbe scusarlo, essendo irrilevante il diverso comportamento del proprio fratello (lo zio che ebbe a chiamare i carabinieri dopo che la minore si era da lui rifugiata e l’imputato voleva riprenderla con la violenza).

3. Il ricorso è inammissibile per la manifesta infondatezza del motivo.
Questa Corte suprema ha già ripetutamente insegnato – per tutte, la sentenza Sez. 6, sent. 46300 delle 2008 che, con sintesi approfondita ed efficace, riassume con chiarezza i termini della questione afferente i cosiddetti reati “culturali” o “culturalmente orientati” – l’irrilevanza della cosiddetta “ignorantia juris”, pur letta nell’ambito interpretativo della Corte delle leggi, quando le condotte oggetto di valutazione si caratterizzino per la palese violazione dei diritti essenziali ed inviolabili della persona quali riconosciuti ed affermati dalla Costituzione nazionale, che costituiscono la base indefettibile dell’ordinamento giuridico italiano e il cardine della regolamentazione concreta dei rapporti interpersonali.
Come insegnato dalla richiamata sentenza 46300/2008, tali principi costituiscono uno “sbarramento invalicabile” contro l’introduzione nella società civile – di diritto e anche solo in fatto – di consuetudini, prassi costumi “antistorici” rispetto ai risultati ottenuti nell’ambito dell’affermazione e della tutela dei diritti inviolabili della persona in quanto tale, cittadino straniero che sia.
La condotta violenta e intenzionalmente vessatoria dell’imputato quale descritte in fatto dalla Corte distrettuale (che ha, tra l’altro, significativamente evidenziato anche il contesto di vita sistematicamente imposto alla dodicenne pure in ordine all’impedimento del dormire per un numero di ore fisiologicamente essenziali allo sviluppo psico-fisico proprio dell’età della persona offesa) si è posta pertanto come consapevole, e non giustificabile, scelta a fronte di un sistema di valori costituzionali nei suoi tratti essenziali e di indefettibili notoriamente opposto (apparendo in proposito altrettanto significativo il richiamo della Corte di Bologna al diverso comportamento del congiunto intervenuto difesa e tutela della ragazza).
Proprio il consolidato orientamento e l’assenza di novità nelle prospettazioni difensive che, in definitiva, si limitano a riporre argomenti che – quanto alla configurabilità dell’elemento soggettivo del reato (qui non trattandosi del differente aspetto del trattamento sanzionatorio) – sono ormai del tutto, e con la motivazione consolidata, disattesi, impone la dichiarazione di inammissibilità del ricorso, contro la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma, equa al caso, di euro 1000 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso le condanne di ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000 in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 28.3.2012

DEPOSITATO IN CANCELLERIA
IL 30 MARZO 2012

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