Ordinanza n. 8389 del 25 maggio 2012 Corte di Cassazione

Diniego di protezione internazionale – rifugiati e protezione sussidiaria – nessuna persecuzione

 

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Premesso

La Corte d’appello di Catania ha respinto il reclamo proposto dal sig. *****, di nazionalità nigeriana, avverso la sentenza del Tribunale della stessa città con cui era stato respinto il suo ricorso avverso il diniego di protezione internazionale disposto dalla competente Commissione territoriale.

Il reclamante aveva dichiarato alla Commissione di aver lasciato il proprio paese essendo rimasto coinvolto in sanguinosi scontri verificatisi nel 2004 tra abitanti del proprio villaggio di etnia Shaklri -alla quale egli appartiene – e di ernia I. per la ripartizione dei proventi dello sfruttamento delle risorse petrolifere del villaggio stesso; che suo padre era rimasto ucciso negli scontri; che egli, rimasto solo, non aveva pensato di rivolgersi alla polizia ed era fuggito alla volta della Libia, ove era rimasto sino all’agosto 2008 per poi raggiungere l’Italia.

La Corte di merito ha quindi osservato che ciò non integrava gli estremi né della persecuzione (presupposto del riconoscimento dello status di rifugiato), trattandosi di una vicenda personale inserita in un localizzato contrasto tribale, né era rilevante ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria per minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del reclamante, non essendo neppure dedotta una “Violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” (art. 14, lett. c), d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251). Si trattava invece di una contesa di natura meramente patrimoniale interessante un ambito circoscritto di soggetti in un’arca territoriale assai limitata (un villaggio) da regolarsi alla stregua di un problema di ordine pubblico, a cura delle autorità locali di polizia, e alla quale il reclamante poteva comunque sottrarsi trasferendosi in un’altea zona del paese, mentre aveva preferito emigrare all’estero; sicché era del tutto inconferente il richiamo alle condizioni generali della Nigeria desumibili dai reperti internazionali, non sussistendo in ogni caso alcun nesso di causalità fra tali condizioni e le motivazioni soggettive del reclamante ad emigrare.

Il sig ***** ha quindi proposto ricorso per cassazione articolando due motivi di censura, cui l’amministrazione inumata non ha resistito.

Considerato

1. – Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, si censura la riduzione della vicenda del ricorrente a una pura questione di ordine pubblico interno al suo paese d’origine, osservando che dai reports internazionali, non presi in considerazione dai giudici di merito, risultava la partecipazione delle stesse forze di polizia a violazioni dei diritti umani, e che l’art. 5 comma 1, lett d), d.lgs. n. 251 del 2007, prevede che tali violazioni rilevano anche se commesse da soggetti “non statuali” quando lo stato o le organizzazioni che lo controllano o controllano una parte del suo territorio “non possono o non vogliono fornire protezione”.

1.1. – Il motivo è inammissibile perché il dedotto riferimento al comportamento delle autorità statuali è generico e non specificamente attinente alla vicenda del ricorrente.

2. – Cori il secondo motivo, nuovamente denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, si contesta l’applicazione, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, del principio della personalizzazione della minaccia o del danno.

3. – Anche questo motivo è inammissibile.

Il principio della personalizzazione della minaccia o del danno non si applica alla protezione sussidiaria nel senso che anche “la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata tra situazioni di conflitto armato interno o internazionale” costituisce danno grave che giustifica il riconoscimento della protezione (art. 14, lett. c), d.lgs. n. 251 del 2007). Ma la Corte d’appello ha escluso – con statuizione rimasta priva di specifica censura – che una tale situazione, fosse stata dedotta in giudizio dal ricorrente.

4. – Il ricorso va pertanto respinto.

In mancanza di attività difensiva della pare inumata non vi è luogo a provvedere sulle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Depositato in Cancelleria
il 25 maggio 2012

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