Ordinanza n. 593 del 28 marzo 2012 Corte di Appello di Bari

Diniego di rilascio del nulla osta al ricongiungimento familiare – Regolamentazione dell’ingresso e del soggiorno – Tutela dell’ordine pubblico

 

LA CORTE DI APPELLO DI BARI
Sez. Prima Civile

Rilevato in fatto che:

con ordinanza depositata l’8.08.2011 nel procedimento n. 120/2011, il Tribunale di Bari, sezione distaccata di Altamura, rigettava la domanda di annullamento del provvedimento di diniego di rilascio del nulla osta al ricongiungimento familiare, emesso dalla Sportello Unico per l’immigrazione di Bari-SUI il 3.03.2011, presentata da ***** ai sensi dell’art. 29 d.lvo 286/98 per il ricongiungimento con il coniuge *****;

osservava quel giudice che:

a) l’istanza era stata presentata dalla ***** in proprio e non quale genitore esercente la potestà sui tre figli minori;

b) il coniuge della richiedente risultava essere stato condannato dal GIP di Bari all’esito del rito abbreviato per i reati di cui agli artt. 73 e 80 dpr 309/90 ad anni 3 e mesi 6 e giorni 20 di Reclusione oltre € 20.000,00 di multa, pena ridotta ad anni 2 e mesi 8 di reclusione ed € 12.000,00 di multa dalla Corte d’Appello e per l’effetto il predetto all’atto della scarcerazione veniva espulso dall’Italia e rimpatriato in Albania.

Riteneva quindi il primo giudice che, nel bilanciamento da operarsi fra l’interesse dei minori all’unità familiare e quello dello Stato alla tutela dell’ordine pubblico il primo fosse sub valente e pertanto la tipologia di reato per il quale ***** era stato condannato precludesse in assoluto la possibilità di un suo rientro legittimo in Italia.

Avverso il provvedimento ha proposto reclamo, con atto depositato in Cancelleria l’11.11.2011, *****, osservando che la motivazione resa dal primo giudicante fosse scarna e apodittica e non avesse considerato il superiore interesse dei minori alla vita familiare nonché i più recenti orientamenti della giurisprudenza europea secondo i quali la valutazione della pericolosità per l’ordine pubblico dell’ingresso di uno straniero in uno stato dove vivesse la sua famiglia dovesse essere valutata in concreto ed attualizzata (caso Boultif/Svizzera sent Del 2.08.01; caso Centynkaya, causa 467/02, sent. 11.11.04), fino alla direttiva CEE 64/221 secondo la quale le autorità nazionali devono “accertare nel caso concreto se il provvedimento o le circostanze che hanno portato a tale condanna provino un comportamento personale che costituisca una minaccia attuale per l’ordine pubblico.

Con comparsa depositata l’8.02.2011 si è costituito il Ministero dell’Interno a mezzo dell’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Bari che contestava le ragioni della reclamante chiedendo la conferma dell’ordinanza impugnata della quale ribadiva in modo articolato le tesi.

all’udienza odierna, sulle conclusioni dei procuratori delle parti, che si leggono a verbale, il Collegio si riservava di decidere; ritenuto che il reclamo è fondato, in quanto secondo il più recente orientamento della S.C. di Cassazione per effetto delle modifiche introdotte, con il d.lgs. 8 gennaio 2007, n. 5, agli artt. 4, comma 3 e 5, comma 5 (cui è stato anche aggiunto il comma 5 bis) del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, in caso di richiesta di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di coesione familiare non è più prevista l’applicabilità del meccanismo di automatismo espulsivo, in precedenza vigente, che scattava in virtù della sola condanna del richiedente per i reati identificati dalla norma (nella specie, in materia di stupefacenti), sulla base di una valutazione di pericolosità sociale effettuata “ex ante” in via legislativa, occorrendo, invece, per il (diniego, la formulazione di un giudizio di pericolosità sociale effettuato in concreto, il quale induca a concludere che lo straniero rappresenti una minaccia concreta ed attuale per l’ordine pubblico e la sicurezza, tale da rendere recessiva la valutazione degli ulteriori elementi di valutazione contenuti nel novellato art. 5, comma 5 del d.lgs. n. 286 del 1998 (la natura e la durata dei vincoli familiari, l’esistenza di legami familiari e sociali con il paese d’origine e, per lo straniero già presente nel territorio nazionale, la durata del soggiorno pregresso). Ne consegue che è onere dell’autorità amministrativa e, successivamente, dell’autorità giurisdizionale, al fine di non incorrere nel vizio di motivazione, di esplicitare le ragioni della pericolosità sociale, alfa luce dei parametri normativi sopra evidenziati.

Afferma infatti al S.C. in motivazione all’ordinanza Sez. 1, Ordinanza n. 8795 del 15/04/2011 (Rv. 619038) che “secondo la giurisprudenza costituzionale, dall’art. 10 Cost, comma 2, il quale stabilisce che la condizione giuridica dello straniero “è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali”, imponendo di ritenere che la situazione dello straniero non è uguale a quella dei cittadini e che lo straniero è titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona, ma la regolamentazione dell’ingresso e del soggiorno dello straniero nel territorio nazionale è collegata alla ponderazione di svariati interessi pubblici, quali, ad esempio, la sicurezza e la sanità pubblica, l’ordine pubblico, i vincoli di carattere internazionale e la politica nazionale in tema di immigrazione e tale ponderazione spetta in via primaria al legislatore ordinario, il quale possiede in materia un’ampia discrezionalità, limitata, sotto il profilo della conformità a Costituzione, soltanto dal vincolo che le sue scelte non risultino manifestamente irragionevoli» (per tutte, Cass. sentenza n. 148 del 2008); che il giudice delle leggi ha, quindi, giudicato non manifestamente irragionevole la scelta del (legislatore ordinario di condizionare l’ingresso e la permanenza dello straniero nel territorio nazionale alla circostanza della mancata commissione di reati di non scarso rilievo e dell’insussistenza di condanna per un delitto punito con la pena detentiva, la cui configurazione è diretta a tutelare beni giuridici di rilevante valore sociale (quali sono le fattispecie incriminatrici prese in considerazione dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 4, comma 3 e art. 5, comma 5) (così la pronuncia sopra richiamata); che, in particolare, l’inclusione di condanne per qualsiasi reato inerente agli stupefacenti tra le cause ostative all’ingresso e alla permanenza dello straniero in Italia non appare manifestamente irragionevole qualora si consideri che si tratta di ipotesi delittuose spesso implicanti contatti, a diversi appartenenti ad organizzazioni criminali o che, comunque, sono dirette ad alimentare il cosiddetto mercato della droga, il quale rappresenta una delle maggiori fonti di reddito della criminalità organizzata (sentenza n. 333 del 1991); che, infine, secondo la Corte costituzionale, l’eventuale insussistenza di uno specifico giudizio di pericolosità sociale, quindi, il cd. automatismo espulsivo neppure è manifestamente irragionevole, poichè altro non è che un riflesso del principio di stretta legalità che permea l’intera disciplina dell’immigrazione e che costituisce, anche per gli stranieri, presidio ineliminabile dei loro diritti, consentendo di scongiurare possibili arbitri da parte dell’autorità amministrativa (ordinanza n. 146 del 2002; sentenza n. 148 del 2008); che a siffatti principi erano ispirati il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 4, comma 3, e art. 5, comma 5, (di seguito TU) nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 5 del 2007, i quali non contenevano deroghe in riferimento al caso dello straniero che intendeva entrare o rimanere ne territorio, motivando la richiesta con il ricongiungimento familiare, ai sensi dell’art. 29 di detto D.Lgs., ma che il D.Lgs. n. 5 del 2007, art. 2, comma 1, lett. a) e b) hanno, invece, rispettivamente, modificato gli art. 4, comma 3, e art. 5, comma 5, introducendo in quest’ultimo il comma 5-bis (non interessa esaminare le successive modifiche, inapplicabili ratione temporis e, ai fini che interessano, sostanzialmente irrilevanti) in quanto, nell’art. 4, comma 3, TU è stato inserita, nella parte conclusiva, la previsione secondo la quale lo straniero per il quale è richiesto il ricongiungimento familiare, ai sensi dell’art. 29, non è ammesso in Italia quando rappresenti una minaccia concreta e attuale per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato o di uno dei Paesi con i quali l’Italia abbia sottoscritto accordi per la soppressione dei controlli alle frontiere interne e la libera circolazione delle persone; che in armonia con detta disposizione, l’art. 5, comma 5, TU è stato modificato prevedendo, diversamente dal testo originario, che «nell’adottare il provvedimento di rifiuto del rilascio, di revoca o di diniego di rinnovo del permesso di soggiorno dello straniero che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare ovvero del familiare ricongiunto, ai sensi dell’art. 29, si tiene anche conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato e dell’esistenza di legami familiari e sociali con il suo Paese – d’origine, nonché, per Io straniero già presente sul territorio nazionale, anche della durata del suo soggiorno nel medesimo territorio nazionale e che, in coerenza con dette innovazioni, è stato introdotto nell’art. 5 del TU il comma 5-bis, il quale dispone: Nel valutare la pericolosità dello straniero per l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato o di uno dei Paesi con i quali l’Italia abbia sottoscritto accordi per la soppressione dei controlli alle frontiere interne e la libera circolazione delle persone ai fini dell’adozione del provvedimento di revoca o di diniego di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi familiari, si tiene conto anche di eventuali condanne per i reati previsti dall’art. 407 c.p.p., comma 2, lett. a), ovvero per i reati di cui all’art. 12, commi 1 e 3 “; che, pertanto, l’univoca lettera degli artt. 4, comma 3, e 5, commi 5 e 5-bis, ancora più chiara alla luce delle pregresse disposizioni, che non contenevano nessun riferimento alla situazione della richiesta di permesso di soggiorno nel caso di ricongiungimento familiare, rendono palese che il legislatore, con la riforma realizzata nel 2007, ha dato rilievo, in via generale, a ragioni umanitarie e solidaristiche idonee a giustificare il superamento di cause ostative al rilascio o al rinnovo dei titoli autorizzativi dell’ingresso della permanenza nel territorio nazionale da parte degli stranieri; che, in particolare, per il caso dello straniero che richiede il ricongiungimento familiare, il legislatore ha superato l’automatismo espulsivo e, ferma restando la valenza di sintomo della pericolosità sociale delle condanne previste dalle norme in esame, ha subordinato la mancata ammissione, o il diniego alla permanenza in Italia, all’accertamento che egli rappresenti una minaccia concreta e attuale per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato, ovvero di uno dei Paesi indicati nell’art. 4, comma 3, cit, occorrendo poi anche tenere conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato e dell’esistenza di legami familiari e sociali con il suo Paese d’origine, nonché, per lo straniero già presente sul territorio nazionale, anche della durata del suo soggiorno nel medesimo territorio nazionale (art. 5, comma 5, cit.); che in equivoca, nel senso dell’eliminazione dell’automatismo espulsivo è, infine, la previsione che, ai fini del diniego del permesso di soggiorno, nel valutare la pericolosità dello straniero, si tiene conto anche di eventuali condanne per i reati previsti dell’art. 407 c.p.p., comma 2, lett. a), ovvero per i reati di cui all’art. 12, commi 1 e 3 (art. 5, comma 5-bis, cit); che, pertanto, deve affermarsi che, nel caso di richiesta del permesso di soggiorno nell’ipotesi di ricongiungimento familiare, le norme in esame non prevedono l’applicabilità dell’automatismo pure dalle stesse stabilito, in linea generale, in presenza di condanne per i reati in esse contemplati, occorrendo invece, per il diniego, la formulazione di un giudizio di pericolosità sociale che conforti la valutazione che lo straniero rappresenta «una minaccia concreta e attuale per l’ordine pubblico o la sicurezza», tale da rendere recessiva la valutazione degli ulteriori elementi previsti dalle norme, nonché dell’interesse dei minori, pure considerato dall’art. 28, comma 3 TU, conformemente a quanto previsto dall’art. 3, comma 1, della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della L. 27 maggio 1991, n. 176; che, in tal senso, sono i principi di diritto da enunciare in relazione ai quesiti posti con i motivi del ricorso, che ne dimostrano la parziale fondatezza; che, infatti, deve escludersi che, come sostenuto dal ricorrente, il ricongiungimento familiare e l’interesse dei minori debba prevalere con mero automatismo, anche in presenza delle condanne previste dalle disposizioni perchè, invece, in presenza dei presupposti che fonderebbero il diritto al ricongiungimento familiare, la sussistenza di condanne ostative può bene legittimare il diniego di rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno, sussistendo tuttavia l’onere dell’Autorità amministrativa di esplicitare, alla luce degli elementi sopra indicati, le ragioni che fanno ritenere sussistente la pericolosità sociale, nei termini richiesti dalle norme”; Si rileva allora, in applicazione dei predetti principi, che l’ordinanza del Tribunale di Bari, sezione distaccata di Altamura non è corretta laddove ha ritenuto che la condanna per il reato di cui agli artt. 73 e 80 dpr 309/90 costituisca condizione necessaria e sufficiente per il diniego del permesso di soggiorno, poiché il superiore interesse del minore all’unità familiare, sancito dall’art. 28, comma 3, d.lvo 286/98 risulta recessivo rispetto alla tutela dell’ordine pubblico interno la cui minaccia deriva ipso facto dall’essere stato lo straniero condannato per uno dei reati indicati, fra i quali la violazione appunto della disciplina sugli stupefacenti.

Sicché sarebbe spettato all’Autorità amministrativa l’onere di valutare le condanne che, in linea generale, giustificano l’automatismo espulsivo, e di procedere, nel caso di ricongiungimento familiare (o di diritta a mantenere l’unità familiare), ad una esplicitazione degli elementi che inducono a ritenere attuale; la pericolosità, nei sensi richiesti dall’art. 4, comma 3 TU, alla luce anche dei legami familiari, così come previsto dalle norme, ferma restando l’insindacabilità dei giudizi discrezionali dell’amministrazione.

Nella specie, l’ordinanza del Tribunale non reca alcuna indicazione in ordine alla formulazione del giudizio espresso dall’Autorità amministrativa, ma formula direttamente una valutazione di pericolosità sociale.

Né in questa sede, il Ministero dell’Interno pur costituitosi, risulta aver esplicitato le ragioni della perdurante attualità della pericolosità sociale, alla luce delle esigenze di unità familiare, da accertare sulla scorta degli elementi dedotti e provati dalla ricorrente.

Il reclamo va quindi accolto.

In ragione della natura della lite, e del mutamento giurisprudenziale in materia, ricorrono giusti motivi per compensare integralmente le spese del giudizio.

P.Q.M.

Decidendo sul reclamo proposto con ricorso del 19.10.2011 da ***** nei confronti dell’ordinanza del Tribunale di Bari, sezione distaccata di Altamura in data 8.08.2011, uditi i procuratori delle parti, cosi provvede:

a) accoglie il reclamo e per l’effetto accoglie il ricorso proposto da ***** avverso il provvedimento di diniego del visto di ingresso del coniuge, emesso il 3.03.2011 dallo Sportello Unico per l’Immigrazione di Bari – SUI;e disporre il rilascio del N.O. al ricongiungimento familiare con il coniuge *****

b) dichiara integralmente compensate le spese del giudizio.

Così deciso in Bari, addì 14.02.2012 nella Camnera di Consiglio della Prima Sezione Civile della Corte di Appello dai Magistrati sottoscritti

Dr. Maria Mitola
(consigliere estensore)

Il Presidente
(Luigi Di Lalla)

DEPOSITATO IN CANCELLERIA
Oggi 28 marzo 2012

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