Ordinanza n. 4636 del 22 marzo 2012 Corte di Cassazione

Decreto di allontanamento dal territorio nazionale cittadino comunitario per motivi imperativi di pubblica sicurezza

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22277/2010 proposto da: ***** elettivamente domiciliata in ROMA, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avv. RIZZO Piero, giusta mandato in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

PREFETTURA DI CUNEO;

– intimata –

avverso il decreto n. R.G. 1397/09 della CORTE DAPPELLO di TORINO del 21.7.2010, depositato il 29/07/2010;

Svolgimento del processo

“1. – La Corte d’appello di Torino ha respinto il reclamo proposto, ai sensi del D.Lgs. 6 febbraio 2007, n. 30, art. 22, dalla sig.ra *****, di nazionalità romena, avverso il decreto del Tribunale di Cuneo con cui era stato respinto il ricorso della medesima avverso il decreto di allontanamento dal territorio nazionale emesso il 9 luglio 2009 dal Prefetto di Cuneo per motivi imperativi di pubblica sicurezza, ai sensi dell’art. 20, comma 3, D.Lgs. cit..

La Corte ha ritenuto sussistenti i motivi imperativi di sicurezza pubblica sul rilievo che nei confronti della reclamante era stata emessa sentenza ai sensi dell’art. 444 c.p.p., per due furti aggravati (art. 624 bis c.p. e art. 625 c.p., nn. 2 e 5), perpetrati il 24 e il 27 marzo 2009 in concorso con due cittadini albanesi, e una pluralità di fatti di detenzione e cessione di cocaina (D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73) per circa sessanta dosi, perpetrati il 21 marzo e il 21 aprile dello stesso anno in concorso con i predetti albanesi e con un italiano. Infatti – ha osservato la Corte – la commissione di reati in materia di stupefacenti costituisce minaccia all’incolumità pubblica, e il reato di spaccio di sostante stupefacenti è sussumibile nella previsione di cui alla L. 22 aprile 2005, n. 69, art. 8, comma 1 lett. e), cui rinvia l’art. 20, comma 3, cit..

2. – La sig.ra ***** ha quindi proposto ricorso per cassazione con due motivi di censura, cui non ha resistito l’autorità intimata.

3. – Con il primo motivo di ricorso si denuncia genericamente “violazione e/o falsa applicazione di norme di legge”. Oltre a una serie di considerazioni di puro merito – che non possono trovare ingresso in sede di legittimità – la ricorrente formula le seguenti censure:

a) l’esistenza di condanne penali non giustifica di per sè l’allontanamento, e nella specie addirittura si è in presenza soltanto di una sentenza ai sensi dell’art. 444 c.p.p., che non contiene alcun riconoscimento di colpevolezza;

b) i motivi imperativi di sicurezza pubblica sono indicati dalla legge con assoluta genericità, con conseguente violazione dei principi di cui agli artt. 25 e 3 Cost.: la tassatività dei casi di adozione di provvedimenti limitativi della libertà personale da parte dell’autorità di pubblica sicurezza è correlata alla eccezionalità e urgenza dell’esercito del relativo potere, non riscontrabili nella specie.

4. – Nessuna delle due censure può essere accolta.

4.1. – La censura a) è in parte inammissibile e in parte infondata.

E’ inammissibile nella prima parte, dato che la questione dell’insufficienti della sola condanna penale avrebbe dovuto essere anzitutto posta al giudice di primo grado e riproposta, all’occorrenza, con il reclamo – il che non viene neppure dedotto dalla ricorrente – e comunque la Corte d’appello non si è affatto limitata a prendere atto della sentenza di applicazione della pena su richiesta, ma ha valutato in concreto la sussistenza della lesione, per effetto dei comportamenti in essa considerati, dei beni giuridici indicati all’art. 20, comma 3, cit..

La censura è poi infondata nella seconda parte, perchè la possibilità di prendere in considerazione anche le sentente pronunciate ai sensi dell’art. 444 c.p.p. è espressamente contemplata dal medesimo art. 20, comma 3. 4.2. – La questione di costituzionalità cui fa cenno la censura b) è manifestamente infondata.

Solo le misure che comportano immediata coercizione fisica incidono sulla libertà personale tutelata dall’art. 13 Cost. (non art. 25), dunque non il provvedimento di allontanamento in sè considerato, ma piuttosto il distinto provvedimento di accompagnamento alla frontiera adottato in esecuzione di esso dal questore ai sensi del comma 11 dell’art. 20, cit. (cfr. Corte Cost. 222/2004 e 105/2001, nonchè Cass. 26275/2005, 23134/2004, in tema di espulsione e accompagnamento dello straniero extracomunitario).

Il riferimento della ricorrente all’art. 25 Cost. – oltre che quello all’art. 3 – resta oscuro. Sicuramente, però, l’art. 25 non trova qui applicazione, non versandosi in materia di pene e misure di sicurezza.

E’, infine, questione di fatto, inammissibile in sede di legittimità, quella riguardante la dedotta mancanza in concreto del requisito dell’urgenza (previsto dal comma 3 dell’art. 20, cit.).

5. – Il secondo motivo, con cui si denuncia vizio di motivazione sulla “persistente tendenza a delinquere sintomo dell’incapacità di inserirsi civilmente nel contesto sociale” posta dal Prefetto a base del suo provvedimento, è inammissibile in quanto anch’esso articolato in termini di pura e semplice richiesta di riesame nel merito”.

Motivi della decisione

che detta relazione è stata ritualmente comunicata al P.M. e notificata all’avvocato della parte ricorrente;

che non sono state presentate conclusioni o memorie;

che il Collegio condivide quanto osservato nella relazione sopra trascritta;

che pertanto il ricorso va respinto;

che in mancanza di attività difensiva della parte intimata non vi è luogo a provvedere svolte spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

DEPOSITATO IN CANCELLERIA
il 22 marzo 2012

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